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LA BACHECA DEI GRANDI VIAGGI
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Vecchio 28-08-2009, 19: 09
WLAMOTO!!
 
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predefinito Turkish Express 2009 [Der Sterber]

Le strade migliori non collegano mai niente con nient’altro, e c’è sempre un’altra strada che ti ci porta più in fretta” (Robert M. Pirsig - Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta).
Questo, più o meno, è stato lo spirito che ha animato la scelta, di Annalisa e mia, dell’itinerario da seguire per la nostra moto vacanza del 2009.
Con il tavolo completamente ricoperto da una enorme carta stradale, abbiamo accuratamente scelto, una per una, le strade che avremmo percorso per esplorare il paese che, per eccellenza, rappresenta la porta d’ingresso alle magiche terre d’Oriente: la Turchia.
Ci siamo subito resi conto che le distanze, nonostante la nostra poderosa cavalcatura, sarebbero state enormi e che, quindi, avremmo dovuto limitare la nostra avventura, il nostro “Turkish Express 2009”, ad una parte soltanto del paese più orientale sul quale fosse (fino ad allora) caduto il nostro bramoso occhio di mototuristi.
La mitica Costantinopoli, le sorprendenti formazioni rocciose della Cappadocia, il “castello di cotone” di Pamukkale, i mari cristallini del sud e le vestigia di Efeso, a poco a poco, durante le serate invernali impiegate nella lettura della guida Routard, sono magicamente apparse davanti ai nostri occhi, rendendoci sempre più impazienti di cominciare la nostra avventura estiva.
Il viaggio è cominciato prima del consueto, il 30 luglio, unica data per la quale abbiamo trovato posti disponibili per la “traghettata” da Brindisi ad Igoumenitsa. I quaranta gradi, costanti, che ci hanno accompagnato lungo la basentana non hanno smorzato il nostro entusiasmo e così, felici e contenti, verso le 14:00, abbiamo finalmente raggiunto il porto pugliese.
Dopo una notte quasi insonne (quando mi ero finalmente appisolato su un divanetto, il barista è venuto a svegliarmi per tirar via il cuscino! Maledetto!!), abbiamo messo le ruote in territorio ellenico verso le cinque del mattino e, dopo una veloce sosta a Ioannina prima e Metsovo dopo, abbiamo raggiunto Kastraki, dove siamo scesi in un albergo (il Pirgos Adrakti, da segnalare per pulizia, gentilezza dello staff, costo – 60 € la doppia - e posizione) situato letteralmente ai piedi delle meteore.
La meta è stata raggiunta solo verso le 10:00 poiché abbiamo preferito percorrere l’affascinante e tortuosa “strada vecchia”, deserta a causa della modernissima e velocissima autostrada che ormai l’affianca.
Dopo una doccia veloce, ci siamo fiondati a visitare i monasteri arroccati sui celeberrimi fenomeni geologici; le Meteore fanno nascere nel visitatore sentimenti di timore e venerazione: sembra aleggiare nel paesaggio qualcosa della lotta intima dell'anima di un asceta, con i suoi momenti di sconforto, ma anche di sublime elevazione spirituale.
Lo spettacolo che si offre al mototurista è inimmaginabile, tanto è imponente per la sua grandezza e le sue forme. Il visitatore che guarda questi elementi di pietra si sente investire da strani sentimenti, misti di timore ed ammirazione, e dalla netta impressione della vanità dell'esistenza umana in mezzo all'Universo infinito.


I monasteri della Trasfigurazione (o Great Meteora, il più grande e bello, assolutamente da non perdere se vi trovate in zona) e quello di S. Stefano sembrano i fedeli guardiani della tradizione cristiana, due sopravvivenze di un modo di vita monastica che raggiunse il suo apogeo nelle Meteore quasi 500 anni fa.
Il giorno successivo, primo agosto, l’abbiamo trascorso, sostanzialmente, in viaggio.
Partiti di buon’ora da Kastraki, abbiamo raggiunto abbastanza rapidamente, grazie alla comoda autostrada, il golfo di Kavala; la costa, ad ovest della città dalla quale l’insenatura prende il nome, è davvero molto bella, e si presta splendidamente ad una vacanza di mare presso uno dei grandi resort da “tutto compreso” che vi si affacciano.
Kavala è un grazioso centro, ormai principalmente turistico, posto sul mare; non ci si aspetti di trovare nulla di particolarmente pittoresco: si tratta di una vera e propria città, popolata da torme di vacanzieri, soprattutto greci.
Per questo motivo, dopo aver pasteggiato a base di insalata greca e “kalamarachia”, dato che ero ancora riposato, abbiamo deciso di tirar dritto e di proseguire verso il confine per un’altra settantina di chilometri, fino a Xanti.
La cittadina, posta all’interno, ha una zona antica non particolarmente affascinante, che tuttavia la sera si popola di giovani che affollano i numerosi locali che ivi si trovano; l’impressione che ci ha dato è stata quella di essere una località frequentata da gente abbastanza agiata, con pochi turisti, senza nulla che valga la pena di essere visto.
Ma a noi, in fondo, poco è importato. La scelta di dormire a Xanti è stata infatti dettata unicamente dalla necessità di raggiungere di primissima mattina il confine turco ed avere così a disposizione il maggior tempo possibile per il disbrigo delle pratiche doganali che, alcuni, ci hanno detto essere talvolta lunghissime.
Verso le nove del mattino del due agosto ci siamo così avviati verso il confine turco, frontiera di Ipsala, decisi a raggiungere in giornata almeno Tekirdag (sulla carta circa 230 Km in tutto).
Varcato il confine greco (a guardia del quale c’erano alcuni soldati ellenici, vestiti della loro bellissima uniforme tradizionale, che ci hanno salutati calorosamente) siamo dopo poco giunti in vista della frontiera turca.



C’era poca coda, principalmente di automobili con targa tedesca, e quindi siamo riusciti, in poco meno di un’ora, ad espletare i QUATTRO controlli successivi cui ci hanno sottoposti (uno per la visione del libretto di circolazione e della carta verde, uno per apporre i visti sui passaporti, uno per la registrazione del veicolo sul passaporto e l’ultimo di nuovo per la visione della carta di circolazione).
Fotososta di rito davanti al cartello che augura il benvenuto in Turchia e poi via, di gran carriera, verso Tekirdag.



Già, di gran carriera; fosse facile!
L’asfalto, in Turchia, è notevolmente diverso dal nostro; in altri tempi avrei detto che è pessimo, ma poi ci si fa l’abitudine. E’ estremamente ruvido, tanto da rendere rumorosi anche gli pneumatici più stradali, poiché i turchi realizzano le strade in modo abbastanza veloce (sbrigativo?), semplicemente cospargendo di catrame il brecciume precedentemente steso sulla carreggiata.
Il sistema ha i suoi vantaggi: facile immaginare i ridotti tempi di realizzazione delle strade ed il loro fantastico grip ma, come altrettanto immaginabile, i piani presentano numerosi avvallamenti e le zone asfaltate sono affiancate da larghe fasce di ghiaia che rendono antipatica la sosta ai margini della carreggiata e l’attraversamento degli incroci.
Meglio non immaginare, invece, le grattate che si procurerebbe un motociclista che scivolasse su un asfalto tanto ruvido…
Una sosta benzina/pipì prima della nostra meta prefissata è stata l’occasione per conoscere la disponibilità e la gentilezza dei turchi; dovevamo fermarci due minuti, abbiamo finito col sostare due ore in una apparentemente anonima stazione di servizio.
Due ore nel corso delle quali, tra l’altro, abbiamo pranzato con delle buonissime Kofte (polpette di carne speziata), bevuto gli innumerevoli Ciai (thè) che ci sono stati offerti, e contattato l’albergo di Istanbul per avvisarli che saremmo arrivati con un giorno di anticipo rispetto alla prenotazione!
Visto l’orario, infatti, Annalisa ed io abbiamo deciso di saltare la tappa a Tekirdag e recuperare una serata ad Istanbul.
Percorsi i circa 150 Km che ci separavano dall’antica Costantinopoli, accompagnati da un sole rovente e dalla curiosità di quasi tutti gli automobilisti che abbiamo incontrato (molti dei quali si affacciavano dai finestrini per salutarci o scattare qualche foto col cellulare), alle 16:00 precise, grazie all’aiuto del GPS (le strade di Istanbul sono un labirinto quasi inestricabile!), abbiamo raggiunto il nostro albergo (Hotel Tashkonak. Da segnalare: in zona Sultanahmet, struttura pulita, personale che parla inglese, € 60 la stanza).
Il tempo di una doccia e poi, di corsa, a visitare la moschea blu.



La più famosa moschea di Istanbul risale al 1600, ed è 10 anni più vecchia della basilica di San Pietro.
La colossale opera fu commissionata con il dichiarato intento di realizzare una costruzione più prodigiosa della prospiciente Aya Sofya (che in origine era una chiesa cristiana), ma il proposito non fu raggiunto…
La moschea, alla quale i non musulmani accedono da un ingresso laterale, impressiona per la sua maestosità ed i meravigliosi decori del suo interno.
L’atmosfera, però, è sensibilmente turbata dalla confusione che i turisti creano all’entrata ed all’interno della struttura, trasformandola in qualcosa che ha decisamente poco a che fare con un luogo di culto.



Altra cosa che impressiona, e con la quale i deboli di stomaco devono fare i conti, è il puzzo di piedi che regna sovrano ed incontrastato sotto le belle cupole…
Seguendo i consigli elargiti nei numerosi racconti di viaggio reperiti sul web, la mattina del 3 agosto siamo fuori del Topkapi già alle 08:30, poco prima dell’apertura.



La visita al superbo palazzo (ma sarebbe più appropriato parlare di complesso residenziale), che ogni anno accoglie oltre un milione di visitatori, non dura meno di tre ore e non può in nessun caso prescindere dall’esplorazione delle sale dell’harem (biglietto aggiuntivo!).
Anzi, il consiglio è proprio quello di entrare di prima mattina e di recarsi direttamente all’harem in modo da evitare i turisti che, a vagonate, vi si riversano…
Il Topkapi Sarayi è stato per circa quattro secoli, e sino al 1855, la principale residenza dei sultani; visitandone le ricche sale ed ammirando gli arredi (candelabri d’oro del peso di 48 chili, con 6666 diamanti incastonati????), le suppellettili (piatti da portata che cambiano colore se contengono cibi avvelenati?????) ed i gioielli che vi sono custoditi (smeraldi del peso di 3 kg e diamanti da 48 carati!!!!) è facile immaginare il potere che detenevano ai tempi in cui regnavano sull’intero Medio Oriente e su mezzo bacino del Mediterraneo.
Usciti dal Topkapi, la calura pomeridiana ci ha spinti alla visita della – freschissima – Cisterna Basilica (Yerebatan Sarayi), una cisterna bizantina capace di contenere 80000 metri cubi d’acqua, visitata in barca da James Bond nel film “dalla Russia con amore”, dotata di 336 colonne che le conferiscono l’aspetto di una foresta di tronchi e che provengono da diversi templi, come si evince dal fatto che sono quasi tutte diverse l’una dall’altra. Curiose sono una colonna dotata di noduli e le basi di due colonne, a forma di testa di Medusa, provenienti da Didime e scoperte solo nel 1988.



Nel secondo pomeriggio ci siamo concessi un giretto al Gran Bazar e poi una visita alla deliziosa moschea di Sokollu Mehmet Pasha (decorata con belle maioliche dipinte, tranquilla, raccolta, defilata e senza puzza di piedi!) ed alla “piccola Santa Sofia”, da non confondere con la “sorella maggiore”, che abbiamo visitato l’indomani mattina.
Santa Sofya, mai consacrata ad alcun santo ma dedicata alla “Divina Saggezza” - Aya Sofya in turco-, voluta da Giustiniano, fu per un millennio il più grande monumento religioso del mondo cristiano; realizzata in meno di sei anni, richiese il lavoro di circa 10000 operai. Per realizzarla, i costruttori saccheggiarono tutti i monumenti pagani europei ed asiatici, dal ginnasio di Efeso ai templi di Atene e Delfi; tutte le cave di marmo vennero sfruttate, e la sola costruzione del pulpito richiese una cifra pari a 5 anni di tasse percepite dall’Egitto. L’imperatore avrebbe esclamato, il giorno dell’inaugurazione della meravigliosa costruzione, “Oh Salomone, ti ho superato!”.



La chiesa fu trasformata in moschea nel 1453, poche ore dopo la caduta di Costantinopoli; i mosaici bizantini furono ricoperti con una mano di vernice, vennero appesi enormi medaglioni di legno recanti i nomi di Allah, Maometto e chissà chi altro. La mezzaluna sostituì il preesistente, enorme, crocifisso ed il pulpito, costato tanto denaro, fu sostituito con un mihrab…
Nel 1935 Ataturk la trasformò in museo. Un museo che non va assolutamente perso!!!!



La giornata del quattro agosto è proseguita con un giretto al bazar egizano delle spezie



(nulla di eccitante; un piccolo mercatino in cui molte botteghe ormai vendono solo paccottiglia per turisti) e poi con un giro in barca sul bosforo (del quale avrei fatto volentieri a meno. Dopo la gita alle Kornati – V. Hrvatska Tour 2004 – conservo una personale avversione per le gite di questo tipo).
Il secondo pomeriggio lo abbiamo invece trascorso dall’altro lato del Corno d’Oro; attraversato il ponte di Galata, vale la pena di prendere il Tunel (una sorta di piccola funicolare) che in pochi minuti conduce in piazza Tunel (appunto), dalla quale è possibile passeggiare per Istiklal Caddesi sino a piazza Taksim, dove si svolge la movida di Istanbul: tanti giovani, tanti negozi, pochi turisti, niente calca.
Nelle traversine perpendicolari ad Istiklal Caddesi, inoltre, si può godere dei numerosi localini che offrono spuntini per tutti i gusti.
La giornata del cinque agosto l’abbiamo trascorsa a bighellonare per la città, sbirciando qua e là per intercettare le pasticcerie dove si vendevano i migliori baklava (yum yum!!), la stazione di arrivo dell’Orient Express

,

il più antico Hamam della città ed altre amenità del genere…
La mattina successiva io ero sveglio già prima del primo canto del Muezzin poiché non avevo nessuna intenzione di restare imbottigliato nel traffico di Istanbul o avvinto nelle spire del caldo torrido che avremmo incontrato lungo la strada per Ankara.
E’ stato così che, vincendo ogni resistenza di Annalisa, alle sei e mezzo del mattino, dopo quattro giorni di fermo, le ruote della nostra motorazza hanno potuto finalmente sgranchirsi. In effetti cominciavano a mancarmi il battito del boxer, con la spinta laterale dei suoi cilindroni, e la voce cupa della Remus che faceva capolino da dietro la borsa laterale…
Siamo riusciti a varcare il ponte sul Bosforo SOLO DOPO aver acquistato una carta prepagata (non esiste la possibilità di pagare questo pedaggio in contanti) valida per tutte le autostrade turche del valore di circa 12 Euro, che abbiamo poi riutilizzato in molte occasioni (pare che in città se ne trovino anche del valore corrispondente ad un solo passaggio sul ponte, ma non ci siamo impegnati nella ricerca).
Le autostrade Turche sono sostanzialmente buone, anche rispetto ai nostri standard; basta solo farci l’abitudine e capire cosa ci si può aspettare di trovare lungo la strada.
Dell’asfalto ho già detto, e quindi non mi ripeterò. Vale però la pena di segnalare che le stazioni di servizio sono inesistenti (almeno sulla tratta Istanbul-Ankara), che talvolta ci sono persone le quali, a piedi, attraversano la strada da un lato all’altro (certo, il traffico è minimo, e gli attraversamenti sono rapidi ed eseguiti a distanza ragionevole dai veicoli che sopraggiungono. Però l’idea di trovare dei pedoni sull’autostrada…) o i carretti che si susseguono per centinaia di metri, ai margini della carreggiata esponendo alla vendita frutta di ogni tipo; più che i carretti sono però da tenere d’occhio quelli che si fermano per fare la spesa, talvolta eseguendo frenate all’ultimo momento.
La cosa più strana che a noi è capitata, comunque, è stata quella di incappare in un asino (un ciuco, non un imbecille) che passeggiava, controsenso, nella nostra corsia di sorpasso…
Lungo la strada il caldo ha picchiato forte ma, ciononostante, siamo riusciti a tirar dritto senza soste sino a quasi cento km dalla meta ed a goderci così gli ultimi 70/80 km, davvero molto belli, in tutta tranquillità.
Ankara, dove siamo giunti verso le 11:30, si trova in mezzo al nulla; si erge, maestosa, dalla pianura gialla che, per chilometri, riflette il sole cocente costantemente seguito dai girasole piantati nei campi circostanti. Il primo impatto con la città è molto deludente; palazzoni che si susseguono, tutti uguali a sé stessi, lungo viali larghissimi ed anonimi. La situazione cambia alquanto nei pressi di quella che si chiama “la cittadella”, un antico borgo anatolico che conserva buona parte della sua natura originaria e le cui stradine è assai piacevole esplorare. In questa zona si trovano il museo delle civiltà anatoliche (da vedere) ed il museo etnografico, nei quali abbiamo finito col trascorrere l’intera giornata.
La mattina del sette agosto partenza alle 06:00 in punto: ci aspettava un altro tappone, sino a Goreme, nel cuore della Cappadocia. L’itinerario tracciato grazie al GPS era abbastanza tortuoso: Da Ankara verso sud, costeggiando il magnifico Tuz Golu





(il lago salato, da non perdere assolutamente, dove abbiamo fatto un paio di soste!) sino ad Aksaray, dove abbiamo imboccato (faticando un po’, per la verità) una strada secondaria tra i monti che, costeggiando la Ihlara Valley, ci ha consentito di raggiungere da sud, verso le 12:00, la città sotterranea di Derinkuyu.



La visita della città trogloditica richiede poco tempo – circa un’oretta – ed è molto suggestiva, ma la risalita in superficie risulta un po’ faticosa.
Dopo aver mangiato una gustosissima Gotzleme nel paesello adiacente al sito archeologico abbiamo cominciato a procedere diretti, e spediti, verso il villaggio di Goreme, raggiunto attorno alle 16:00.
I tre giorni che abbiamo soggiornato in Cappadocia (da segnalare: Travellers Cave Hotel: servizio eccellente, pulizia estrema, staff che parla in inglese, camere scavate nella roccia, a pochi passi dal centro di Goreme) sono stati più che sufficienti per girare la zona e godere dello splendido scenario che, in questi luoghi, offre la natura le cui opere sono state dall’uomo, in tempi remoti, asservite alla religione ed alle esigenze abitative dell’epoca.
In effetti la Cappadocia offre uno degli spettacoli più strani del mondo; mentre si procede lungo una dorsale montuosa, ecco che all’improvviso si apre una vallata disseminata di sorprendenti sagome appuntite, alcune dalla forma sinistramente familiare (!).



Lo spettacolo è davvero fantastico, semplicemente irreale. L’altopiano è costituito da morbido terreno tufaceo, formato dalle ceneri eruttate migliaia di anni fa dai vulcani vicini. Millenni di erosione hanno poi modellato il terreno, dando vita a un particolarissimo paesaggio.



In alcuni punti i corsi d’acqua hanno scavato strette gole (Ihlara Valley, Sogangli Valley); in altri, dove alle ceneri vulcaniche sono frammiste rocce più resistenti, si trovano coni, colonne, torri e pinnacoli che raggiungono i trenta metri di altezza.



Come se questo non bastasse, lo spettacolo è reso ancora più straordinario dai numerosi monasteri, chiese e cripte che i proto cristiani, per sfuggire alle persecuzioni, scavarono nella tenera pietra…



Insomma, in Cappadocia il mototurista non ha altro da fare che affidarsi alla propria cavalcatura (pronto ad affrontare anche tratti sabbiosi!) ed esplorare, esplorare, esplorare… alla ricerca di paesaggi unici!



I pigri potranno “beneficiare” delle solite visite guidate che tutti gli alberghi propongono con il pacchetto “tutto compreso”, oppure dei costosissimi giri in mongolfiera (€ 120,00 a testa!!) che consentono di ammirare il panorama dall’alto.
Da non perdere il bel borgo di Mustafapacha



e, se vi piace il genere, il caravanserraglio di Sarihan, vicino Avanos, dove ogni sera i dervisci – i monaci di Mevlana – si esibiscono nella tipica danza rituale.
La mattina del 10 agosto ci siamo avviati dopo colazione verso est, in direzione di Konya. Lungo la strada ci siamo fermati a dare un’occhiata al caravanserraglio di Sultanhani, il meglio conservato di tutta la Turchia.



La città di Konya non presenta particolari attrazioni e, oltretutto, gli abitanti sono ultraortodossi il che, a detta di alcuni viaggiatori incontrati lungo il nostro peregrinare, provoca qualche problema e più di un imbarazzo alle signore che girino di sera per strada, anche se accompagnate dai rispettivi compagni/mariti.



Noi ci siamo fermati solo per un’oretta, giusto il tempo di visitare il museo di Mevlana (nulla di esaltante), per poi proseguire verso ovest, diretti a Beyshehir.
La cittadina, sita sulle sponde dell’omonimo lago, non presenta particolari attrattive; l’unica cosa che vale la pena di vedere è una rarissima (e davvero bella) moschea di legno la cui visita, però, richiede al massimo una mezz’oretta. L’aspetto positivo è rappresentato dal fatto che lì si dorme, in due, con 25 Euro e si mangia, sempre in due, con meno di due Euro (!). Ottima meta, quindi, per spezzare il tragitto verso il mare, al quale ci saremmo avvicinati solo l’indomani.
La strada che da Beysheir conduce dritta verso sud è davvero spettacolare: temperature fresche, panorama alpino, varianti sterrate (!), poco traffico… insomma uno spasso!
La situazione, però, è sensibilmente cambiata non appena siamo giunti in prossimità della costa, dalle parti di Manavgat; la strada, dalla quale non si vede il mare, è divenuta una pallosissima e brutta statale tutta dritta, la temperatura si è alzata di circa 10 gradi, ed il tasso di umidità è diventato pazzesco.
Per di più Antalya, la nostra meta, ci ha offerto un pessimo biglietto da visita mostrandosi, da lontano, come una enorme ed impersonale città piena di palazzoni intonacati solo su una facciata.
Fortunatamente il nostro albergo era situato nel centro storico, a Caleici (se capitate da quelle parti non prendete alloggio in zone diverse, mi raccomando!), isola pedonale, rivelatosi deliziosissimo borghetto assolutamente vivibile e godibilissimo, insieme all’incantevole porticciolo, a due passi – letteralmente – dalle maggiori attrazioni della città (la porta di Adriano, la torre dell’orologio, la moschea dal minareto tronco - poca roba -, il museo archeologico ed il minareto scanalato).



Armati dei migliori propositi abbiamo anche visitato il vicino sito archeologico di Termessos; al di là di ciò che viene pubblicizzato, di veramente notevole abbiamo scoperto esserci solo il teatro e la impressionante necropoli, dagli innumerevoli sarcofagi che letteralmente ricoprono il fianco di un erto colle.



Il resto è solo pietrame difficilmente interpretabile, sudore e sole a picco…
La mattina del 13 agosto abbiamo lasciato Antalya diretti ancora più ad ovest, a Kas, per goderci una tappa “balneare”.
La città, in effetti, si prestava eccellentemente ai nostri propositi: un grazioso centro direttamente sul mare, popolato da turisti - prevalentemente anglofoni -, abbastanza tranquillo e con una buona ricettività.
Gli alberghi siti a ridosso del porticciolo, in particolare, sono tutti dotati di discesa a mare privata e servizio “spiaggia” (lì non ci sono spiagge, ma solo piattaforme appoggiate alle scogliere) compreso nel prezzo; l’offerta è ampia e variegata, ma fate attenzione alle fregature, sempre in agguato (avevamo prenotato per 4 notti un albergo che pareva eccellente, ma volevano rifilarci una stanza che era una tomba licia, vecchia ed in condizioni precarie. Siamo andati via subito ed abbiamo trovato, a cinquanta metri di distanza, una struttura eccellente: Medusa Hotel Kas Antalya Turkey).



I quattro giorni che è durato il nostro soggiorno a Kas ce la siamo goduta di brutto, tra mare, piscina, cene a base di pesce freschissimo e gitarelle nei borghi di pescatori limitrofi (nel vicino villaggio di Ugagiz, al ristorante di Ibrahim, è possibile ordinare la cicala di mare, che verrà pescata e cucinata davanti ai vostri occhi!!!).
Volendo, ma noi non abbiamo voluto, si sarebbero potute visitare le vicine isole di Kekova (i cui fondali ospitano una città licia sommersa) o quella di Castellorizo, set del film “Mediterraneo”; da segnalare la strada costiera sino a Kalkan, entusiasmante da percorrere in moto per i paesaggi che attraversa.
La mattina del 17 agosto, ormai sazi (?) di sole e mare – e relative temperature tropicali – abbiamo ripiegato all’interno, in direzione di Pamukkale; anche stavolta la strada prescelta non è stata quella più diretta. Lasciata la costa poco dopo Fethiye, abbiamo infatti cominciato letteralmente ad arrampicarci per una strada secondaria costruita in mezzo ad altissime montagne (quota 2743 metri) che però offrivano, ad ogni curva, paesaggi mozzafiato sulle sottostanti vallate. E la goduria non è calata neppure quando abbiamo dovuto affrontare, causa lavori in corso, vari chilometri di sterrato…
Il borgo di Pamukkale, dove siamo giunti verso le 13:00, è abbastanza squallido e, per giunta, la gente del luogo è ormai abituata al peggior tipo di turismo: quello mordi e fuggi. La conseguenza sono prezzi ingiustificatamente alti e continui tentativi di bidone. Assolutamente spettacolare, invece, è la rupe dalla quale la zona trae il nome (Pamukkale significa “Castello di Cotone”).



In cima all’altura ci sono varie sorgenti d’acqua calda (tra i 30 ed i 50 gradi) ricca di sali di calcio che, sedimentando per migliaia di anni, ha modellato lungo i fianchi della montagna cascate pietrificate, terrazze, vasche e stalattiti di un biancore abbagliante. Il consiglio è quello di visitare il sito verso le 17:00 poiché il riverbero del sole e l’intensa calura delle ore precedenti possono costituire un serio fastidio e perché la luce del tramonto offre uno spettacolo davvero unico.



Giunti sulla sommità delle cascate di travertino (lungo le quali si procede a piedi nudi: andateci in ciabattine da mare e calzoncini. Meglio ancora in costume da bagno così, tra una foto e l’altra… SPLASHHH!!!) abbiamo ammirato le vestigia di Hierapolis, una città dove i ricchi romani si recavano per soggiorni di benessere presso le locali terme. Favolosi sono il teatro e, manco a dirlo, la bellissima necropoli.



Gli scavi sono tutt’ora in corso ed ho appreso dal telegiornale che proprio ieri è stata ritrovata una colossale statua di Apollo…
Dopo una gustosissima ed abbondante cena consumata nel nostro albergo (da segnalare: Venus Hotel), siamo rientrati in camera stanchi, ma contenti.
Il 18 agosto ha segnato la partenza per l’ultima tappa del nostro “Turkish Express 2009”.
Partiti comodamente da Pamukkale, sfruttando la veloce autostrada abbiamo raggiunto Selcuk verso ora di pranzo. Volendo, facendo una piccola deviazione, avremmo potuto fermarci a vedere il favoloso sito di Aphrodisias, ma le temperature (insopportabili sin dal primo mattino) ed il numeroso pietrame già ammirato nei giorni precedenti ci hanno fatto desistere dal proposito.
Selcuk non presenta altra attrattiva che le cicogne che lì è possibile vedere numerose



ed il fatto di trovarsi a soli tre chilometri dal mirabolante sito di Efeso; tutto sommato non è male, ma non è un posto in cui vale la pena di programmare un soggiorno più lungo del tempo necessario a vedere Efeso (se capitate da quelle parti, andate a cenare al Pamukkale Restaurant, di fronte alla moschea Tahsinaga. Cucina tipica, simpatia e prezzi abbordabili. Noi lo abbiamo fatto tutte e due le sere del nostro soggiorno!).
La mattinata del 19 agosto l’abbiamo trascorsa, ovviamente, a visitare la vicina Efeso che ci ha letteralmente sbalorditi per la magnificenza dei suoi ruderi. Il consiglio è, sostanzialmente, sempre lo stesso: andateci di mattina presto, quando il sole non è a picco e quando le torme di turisti vocianti non sono ancora nei paraggi. Altrimenti non gusterete che in minima parte uno spettacolo davvero entusiasmante che, tutto sommato, non richiede la spendita di moltissimo tempo.



Proprio per questo motivo, Annalisa ed io abbiamo potuto dedicare la seconda parte del nostro ultimo giorno in terra di Turchia alla visita della vicina riserva naturale di Dilek, dove abbiamo goduto di un mare fantastico e di una spiaggia quasi deserta.
Il 20 agosto, di prima mattina, ci siamo diretti a Cesme da dove, dopo quasi tre giorni di navigazione, siamo sbarcati diritti diritti al porto di Ancona.
Del tempo trascorso sulla nave non ho annotato alcun appunto; le ultime parole che trovo scritte nel quadernetto comprato ad Istanbul sono “La nave è partita un po’ in ritardo, ma è partita.
Ormai la Turchia non è che un’ombra indistinta sulla linea dell’orizzonte.
Chissà quando tornerò a calpestare quella magnifica terra.
Osciakal, Turchia!”.

Quote:
Originariamente inviata da yurisalvatore Visualizza il messaggio
DAI LUCA, tira le somme sul viaggio:

a me interessa sapere:

1) commenti sulla turchia e sui turchi;

2) è costosa come nazione??
Allora, la Turchia è decisamente molto bella.
Dal punto di vista naturalistico è estremamente varia; ci sono impressionanti catene montuose che ricordano da vicino le nostre alpi, mentre le coste ed il mare non hanno nulla da invidiare ai litorali nostrani. Anzi, semmai è il contrario!
La zona più particolare è, ovviamente, quella centrale, dove l'altopiano anatolico la fa da padrone con i suoi scenari aridi e piatti, intervallati da profonde fratture nella roccia.
Colpisce, in particolare, la scarsa densità abitativa. Il territorio non è sfruttato all'inverosimile e, al di fuori dei centri abitati, è possibile girare per chilometri e chilometri senza incontrare nulla e nessuno.
Temo, per loro, che tutto questo duri ancora per poco.
Il turismo, dove è prepotentemente arrivato, ha asservito alle proprie ragioni le preesistenti strutture, sociali ed edilizie.
E quando esse sono risultate insufficienti, ha fatto in modo di procurarsene di nuove.
Il paese, in effetti, può essere idealmente diviso, da questo punto di vista, in varie aree; ci sono i piccoli centri che accolgono pochi turisti e che quindi hanno conservato la propria struttura originaria, modificandola poco o punto; ci sono i centri dove prima non c'era nulla, ed attorno ai quali stanno sorgendo enormi complessi residenziali che violentano e brutalizzano il paesaggio. Le città più grandi, e recenti, manifestano una voglia di "modernità" ed "occidentalizzazione" con le loro costruzioni alte e squadrate ed i viali ampi e deserti, ma il tutto è reso quasi grottesco dai quartieri tipicamente orientali che fanno capolino quà e là e dalla generale sensazione di squallore che il contrasto genera.
Il tutto è reso ancora più movimentato dalle manciate di villaggi che è possibile attraversare percorrendo le strade lontane dalle "vie del turismo".
Ho parlato di villaggi, e non di paesi, volutamente: strade di terreno battuto, animali che razzolano liberi tra le numerose capanne (non baracche) e le poche costruzioni abitate dai contadini, trattori in quantità.
Questo non significa, però, che la Turchia sia una nazione povera. Anzi, dove ci sono, i soldi si vedono tutti (gioiellerie che occupano palazzine di vari piani, auto extralusso, ville princpesche...).
I turchi, dal canto loro, mi hanno dato un'ottima impressione, sia all'interno che all'esterno dei percorsi turistici.
Molti di loro, soprattutto i giovani, parlano correntemente l'inglese (tranne che nei villaggi) e si sono dimostrati SEMPRE gentili, disponibili ed ospitali.
Sono attratti dai veicoli a motore come degli adolescenti, e come degli adolescenti chiedono spesso notizie su cilindrata e velocità massima. I ragazzini, anche i più vispi, sono educatissimi: non toccano NULLA e, al minimo richiamo di un adulto, chinano il capo e si allontanano.
I turchi hanno uno spiccato senso del commercio: se potessero ti venderebbero, per illibata, anche la loro madre, ma basta rifiutare garbatamente le loro offerte per toglierseli dai piedi. I più fastidiosi sono i ristoratori che, nei centri turistici, talvolta letteralmente ti inseguono...
L'aspetto "donne" è assai variegato; molte girano vestite assolutamente all'occidentale (canotte di cotone, minigonne, infradito e capelli sciolti, per intenderci), molte altre si coprono i capelli con un foulard. Un pò meno le donne che al foulard associano, anche in piena estate, una specie di impermeabilone che ne cela le forme agli sguardi. Pochi i Burka che io ho visto addosso a donne turche.
La moneta locale è la lira turca, che vale 40-50 centesimi di Euro.
Lì un benzinaio guadagna l'equivalente di 350-400 Euro al mese, e conduce una vita equivalente a quella di un modesto operaio in Italia.
Come ho scritto, lontano dai percorsi turistici un Doner Kepap ed una bibita in lattina costano meno di un Euro, mentre nelle località più alla moda un pasto simile può costare anche 7-8 Euro.
La benzina costa quanto, o poco più, che in Italia, mentre le autostrade ed i trasporti pubblici (usatissimi anche dai turisti, affidabili, capillari ed efficienti) costano cifre davvero irrisorie.
 

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2009, der, express, sterber, syerber, turkish

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